
L’intervento dimostrativo per questa componente sarà realizzato mediante l’implementazione delle attività che seguono.
Elaborazione del Project Design Document del progetto dimostrativo
Il Project Design Document (PDD) è il documento centrale che descrive in modo completo come il progetto rimuove CO₂ dall’atmosfera e perché i crediti generati possono essere considerati reali, addizionali e sicuri. Contiene la descrizione tecnica del processo di pirolisi, del tipo di biomassa utilizzata, dell’energia prodotta e delle modalità di utilizzo o stoccaggio del biochar (per esempio in agricoltura, come nel caso specifico). Definisce inoltre lo scenario di riferimento senza progetto (baseline), dimostrando che le rimozioni di carbonio non sarebbero avvenute comunque, e illustra come vengono gestiti i rischi di emissioni indirette e di rilascio futuro del carbonio immagazzinato.
Una parte chiave del PDD è la metodologia di quantificazione: come si calcolano le tonnellate di CO₂ rimosse, quali fattori di emissione si usano, quali dati vengono misurati sul campo e quali derivano da letteratura o standard di settore. Il PDD stabilisce poi il piano di monitoraggio, rendicontazione e verifica, indicando chi misura cosa, con quali strumenti, con quale frequenza e come vengono archiviati e controllati i dati. Infine, il documento affronta aspetti ambientali e sociali (sostenibilità della biomassa, impatti locali, co-benefici), la tracciabilità dei crediti nel registro e la ripartizione delle responsabilità tra proponente, operatori e verificatori terzi. In questo modo il PDD diventa la base formale su cui enti di validazione e acquirenti di crediti possono valutare la solidità del progetto di biochar.
Reperimento della biomassa derivante da attività forestale in campo
Relativamente a questa attività verranno applicate le linee guida predisposte al fine di implementare in una porzione di bosco una gestione forestale migliorata finalizzata al prelievo della biomassa di risulta per l’alimentazione dell’impianto di pirolisi dimostrativo. L’intento è quello di valorizzare e incrementare una gestione forestale che possa essere attuata anche da privati e Comuni, che siano dentro o fuori da Parchi e Riserve, e che sia collegata alla Forest Therapy e alla filiera del legname da opera (o in generale ad una filiera locale di trasformazione e utilizzo dei prodotti boschivi).
Attraverso l’attivazione della filiera del biochar, si potrebbero innescare forme di prelievo forestale lievi (non previste solitamente perché a macchiatico negativo) definite dalla selvicoltura tecniche colturali. Tra tali tecniche saranno preferiti tagli saltuari e tagli di curazione volti al miglioramento della struttura e dell’ecologia forestale, in un’ottica più ampia di mantenimento delle funzioni ecosistemiche che sono poi tradotte in beni e servizi per l’uomo (servizi ecosistemici).
Ulteriore biomassa potrebbe provenire da interventi fitosanitari e di sicurezza, dalla prevenzione incendi mediante sfolli e decespugliamenti, e dalla manutenzione di piste, linee elettriche e altre infrastrutture. La sostenibilità richiede tuttavia un piano di gestione, il mantenimento di parte della necromassa in bosco, il contenimento dell’asporto e la tutela degli habitat.
Esecuzione di eventuali prove preliminari con biomasse
Al fine di tarare al meglio l’intervento dimostrativo, potranno essere condotte alcune, limitate, prove preliminari con le tipologie di biomasse estratte durante l’implementazione della precedente attività forestale in campo. Campioni di biomasse specifiche, che si ritenesse necessario testare, saranno quindi prelevati e inviati a un impianto di pirolisi pilota allo scopo di verificarne la effettiva suscettibilità alla trasformazione in biochar, la relativa resa, la qualità dei prodotti ottenuti (biochar, gas di pirolisi, bio-oil).
Allestimento, avvio, gestione e monitoraggio dell’impianto dimostrativo di pirolisi
Presso il sito individuato si procederà a installare un impianto dimostrativo di pirolisi di ultima generazione avente un volume del reattore pirolitico di massimo 1 mc. Tale dimensione consentirà il trattamento di un massimo di 250 Kg di biomassa per ciclo (batch). Tali parametri dovranno tuttavia essere definiti con maggiore precisione in fase attuativa, in relazione alla quantità di biomassa effettivamente disponibile su base giornaliera. Ciascun batch alimentato dovrà essere necessariamente tracciato secondo quanto indicato nel PDD precedentemente predisposto, al fine di garantire la possibilità di certificare i BCRC generati.
Si definiranno inizialmente gli obiettivi dimostrativi dell’impianto e i principali parametri da monitorare, così da impostare fin da subito schema impiantistico, sensori e sistema di raccolta dati. Si procederà quindi all’installazione del reattore di pirolisi (prefabbricato) e delle apparecchiature ausiliarie, al collegamento alle utenze, alla predisposizione di aree dedicate per materie prime, prodotti e sottoprodotti e all’allestimento dei dispositivi di sicurezza, segnaletica, procedure di emergenza e formazione minima del personale addetto.
Prima della fase di esercizio vera e propria si svolgeranno prove “a freddo” per verificare tenuta delle linee e il funzionamento di strumenti e logiche di controllo, quindi brevi prove “a caldo” con carichi ridotti per mettere a punto le condizioni operative. Conclusa la fase di startup, l’impianto verrà gestito per un massimo di sei mesi, seguendo procedure specifiche di avvio, marcia e arresto, con registrazione sistematica dei lotti di biomassa in ingresso (batch), condizioni operative essenziali, consumi e quantità di biochar e co-prodotti. Con cadenza prestabilita si preleveranno campioni di biochar, bio-oil e syngas da analizzare, eseguendo altresì la manutenzione programmata. Periodicamente si rivedranno i dati e le eventuali anomalie per affinare la gestione. Al termine dei sei mesi si consolideranno tutte le informazioni in un rapporto di sintesi, valutando prestazioni, affidabilità, qualità del biochar e possibili miglioramenti dell’impianto.
Stoccaggio del biochar al suolo
Lo stoccaggio permanente del biochar nel suolo rappresenta la fase conclusiva dell’implementazione della filiera. Allo scopo è necessario effettuare una serie di verifiche e operazioni coordinate. Prima di tutto è necessario caratterizzare il biochar: origine della biomassa forestale, processo di pirolisi, tenore di carbonio stabile (misurato mediante analisi della riflettanza che misura la proporzione di inertinite, ossia frazione di biochar stabile su scala plurisecolare) rapporto H/Corg, contenuto di ceneri, pH, presenza di metalli pesanti e IPA, verificando la conformità a standard riconosciuti e l’assenza di contaminanti pericolosi per suolo, colture e acque.
In parallelo, si caratterizza il suolo di destinazione (tessitura, sostanza organica, pH, capacità di scambio cationico, eventuali criticità idrologiche o di erosione) per valutare compatibilità e dose applicativa. Si definisce poi un piano agronomico che stabilisce quantità per ettaro, modalità e profondità di incorporazione, privilegiando l’interramento rispetto alla semplice distribuzione superficiale per ridurre perdite per vento e ruscellamento. Spesso il biochar viene premiscelato con compost o letame (sono presenti realtà zootecniche che si proverà a coinvolgere nelle attività sperimentali, compreso l’uso nelle lettiere di stalla) per migliorarne la manipolabilità, limitare la polverosità, favorire la colonizzazione microbica, per accelerare i tempi del compostaggio e ridurre le emissioni di gas climalteranti quali, ad esempio, il metano e il protossido d’azoto. Durante le operazioni in campo vanno rispettate norme di sicurezza (DPI, gestione delle polveri) e condizioni meteo favorevoli. Infine è importante documentare tracciabilità dei lotti, superfici trattate, dosi e analisi pre e post intervento, così da dimostrare la permanenza dello stoccaggio e valutare nel tempo gli effetti agronomici e ambientali. Ai fini dell’intervento dimostrativo, attraverso un’attività mirata di stakeholders engagement si provvederà quindi al coinvolgimento di aziende agricole del territorio disponibili ad accogliere la sperimentazione secondo i criteri immediatamente sopra esposti.
In alcune particelle di campo predeterminate, lo spargimento del biochar avverrà previa sua inoculazione con ceppi batterici specifici, allo scopo di attivare meccanismi biologici nel suolo migliorativi per il terreno e le colture. Tale pratica innovativa infatti serve a popolare i pori del materiale con microrganismi utili e nutrienti, evitando che il biochar appena distribuito assorba azoto e altre sostanze dal suolo. In questo modo si accelera l’integrazione del biochar nella rete microbica del terreno, migliorando la mineralizzazione equilibrata della sostanza organica e la disponibilità di nutrienti per le colture.
Si riduce così il periodo di inerzia in cui il biochar è quasi solo un ammendante fisico e si aumenta da subito l’effetto fertilizzante indiretto. Inoltre, un biochar inoculato tende a favorire una maggiore stabilità degli aggregati del suolo, una migliore struttura e una più rapida risposta delle colture in termini di vigore e resa, soprattutto in terreni poveri o degradati.
Tracciamento filiera, certificazione e collocazione dei crediti prodotti
La tracciabilità e certificazione di una filiera di biochar per generare BCRC parte dalla definizione chiara dei confini di progetto: area di approvvigionamento, tipi di biomassa, impianto di pirolisi utilizzato, siti di stoccaggio e campi di applicazione. Ogni lotto di biomassa deve essere registrato con origine, quantità, tipo di intervento (residui forestali da gestione sostenibile) e documentazione che attesti legalità e sostenibilità dell’approvvigionamento. In impianto, si tracciano parametri operativi (temperature, tempi di residenza, consumi energetici), resa in biochar e co-prodotti, associando a ogni lotto di biochar un codice univoco collegato al lotto di biomassa. Seguono le analisi di laboratorio sul biochar (carbonio stabile, impurità, conformità a standard tecnici e ambientali) e la registrazione delle movimentazioni: stoccaggio, eventuale inoculo o miscelazione, trasporto, consegna agli utilizzatori finali. L’applicazione al suolo è documentata con ubicazione, superficie, dose e data, completata da analisi del terreno pre e post intervento. Tutti i dati confluiscono in un sistema di monitoraggio e rendicontazione coerente con la metodologia scelta per i BCRC, che consente a un ente terzo di verificare calcoli, documenti e tracciabilità dei lotti, fino alla certificazione delle tonnellate di CO₂ rimosse e alla registrazione dei crediti in un apposito registro. Queste attività verranno implementate con il supporto della piattaforma digitale da realizzare.
Per quanto concerne la collocazione dei crediti, si privilegerà – per quanto possibile – il principio dell’insetting, ovverosia l’utilizzo dei crediti di carbonio da parte di una determinata azienda all’interno della propria stessa catena del valore, invece che comprarli da progetti esterni scollegati (offsetting).
Ciò avviene quando un’azienda finanzia (ad esempio attraverso un contratto di pre-purchase) un progetto di rimozione di CO₂ implementato nell’ambito della propria supply chain o territorio di riferimento (ad esempio nelle forestali dei propri fornitori) e usa le tonnellate di CO₂ generate per compensare parte delle proprie emissioni interne.